A volte è tutto semplicemente troppo
a volte è tutto semplicemente troppoAndando a letto l'unica cosa che riusciva a pensare, a non pensare continuando a lottare per continuare a farla finita in modo che durasse per sempre quella notte almeno nella sua testa c'era un festa una festa una festa e i topi -oh come ballavano ballavano ballavano
Erano le sei e mezza quando si alzò, andò educatamente a vomitare al cesso, intasato, e -porca vacca- tornò a rigirarsi nel letto.
Verso mezzogiorno si alzò, questa volta sul serio, passandosi una mano fra i capelli arruffati, sulla barbetta incolta, pensando a "beh, vecchio mio" e poi andò a farsi un caffè e a lavarsi la faccia come poteva e a pulire un po' il bagno -ma che vada al diavolo- compreso il cesso, nel quale alla fine sputò accuratamente, per sfizio, e intanto il caffè era già mezzo sul fornello -ma che vadano tutti al diavolo- e recuperò quello che poteva e un biscotto e andò a sedersi sulla poltrona e lì rimase, ad ascoltare il silenzio.
"Era meglio se mi facevo una camomilla", e allora via a mettersi in tuta e uscir di corsa e andare a correre sull'argine di un quieto fiume di un quieto paese finchè le gambe dicevano di no e basta - e vai- eccetera, via avanti, da qualche parte, - tanto semmai lo trovi un posto da buttarti giù e sorridere per sempre al cielo, c'è un punto fermo in questo cazzo di ...? Merda, con calma, calma ragazzo, con calma respira non hai più vent'anni, non li avrai mai più non ci riuscirai mai più e allora perché sei ancora qui, come fai a tirare avanti è finita, non lo capisci che cazzo è finita
e piangeva sul ventre crudo della madre terra, e piangeva e non avrebbe più smesso di piangere e guardare il cielo.
Lo trovarono dopo due giorni che continuava a guardare il cielo, sembrava quasi stupito, e le lacrime gli si erano congelate negli occhi, ciechi.
"E' una parente?".
"La sorella". Cespugli d'occhi.
"Ehm...sa perché..."
"No, non ci parlavo da anni"
"Ehm...bè, comunque questi sono gli effetti personali di suo fratello. Se vuole..."
"Grazie".
Un mazzo di chiavi, di casa ovviamente, forse anche di un auto, o motorino, qualche foto, la patente.
La carta d'identità l'avevano tenuta.
Accertamenti, dicevano.
Al diavolo anche loro. Suo fratello poi...era sempre stato una grana; anche oggi. Aveva perso un giorno di lavoro.
Tanto valeva scoprire cosa apriva quel mazzo.
[...]
Un rottame di casa; aprì. Dentro, sudicio.
Montagne di vestiti, carte, roba ovunque. La casa di uno già morto da un pezzo.
Perché? Cominciò a spostare col piede qualcosa da terra. Spuntavano forchette, scarpe, vecchi giornali, scatolame, borse sfatte.
Perché?
Sette anni. Ne era passato...il giornalista, faceva, o forse li consegnava solo, i giornali? Non ricordava. Non le era mai fregato niente. Era morto?
Peggio per lui. C'era più spazio al mondo, ora.
Sì.
Ma perché?
Su alcuni fogli c'era la sua scrittura.
Si inginocchiò, li raccolse. Sembravano memorie; cominciò a leggere.
"A nessuno.
Se qualcosa deve avere inizio, mettiamolo a caso.
Pietro. Che importanza ha poi un nome? Nessuna, ma forse è il modo più pratico per significare la persona che ci sta dentro.
Il che è molto poco, pensando a Pietro, perché lui dentro non ci stava neanche un po'; ci stava magari attorno e poi fuggiva via e non si afferrava mai..
Troppo difficile da dire.. una volta mi hanno chiesto "che tipo è?", io sono stato muto cercando le parole, e non ho saputo rispondere. Proprio, un sorriso mi montava sulla faccia mentre mi scappava via ogni nuvola di definizione.
Poi sono andato a chiederlo direttamente a lui, in faccia: "chi sei?" ; sembrava che gli avessi fatto il più grande complimento: "chi sei?" Rispose, sghignazzando: "sono colui che sono" .. veniva voglia di farsi il segno della croce, tanto per scaramanzia.
Era un tipo così: sapevi niente di quello che poteva essere, e non ti restava che chiamarlo per nome, come se tutte le altre parole gli scivolassero di dosso. E il nome, dirlo al vento, alla brezza della sera bisognava dirlo, e affidarlo all'aria, che forse lei ne sapeva qualcosa; forse è una grossa buffonata.. lo dicevi quel nome, e fra le labbra ti restava il fumo, l'aria, il niente. Lui.
Niente di strano che esistano i cannibali.
"Dio, chi è Dio? Dio è l'acqua è l'aria la terra il cielo o no, aspetta, Dio è il papà o una cosa grande, l'universo i confini o il centro, fuoco o intelletto o spirito o sentimento.. dio facciamola finita, Dio è carne e mangiati la tua particola, da bravo"
L'hai mangiata? E adesso ti è dentro, lo capisci no? È una parte di te, la senti?
"Ecco chi è Dio: uno che si è abbassato a farsi commestibile per farci capire che esiste ed è qui, dentro e sopra noi, amen."
Non so che ne sapesse di Dio, Pietro; so che ti poteva convertire in cinque minuti: prima credevi a Buddha e poi osannavi una rana o un legnetto, e comunque a lui non ne importava un granché.
Credo che quando Dio andò da lui a chiedergli di mettere il dito nella piaga, lui l'abbia squadrato per bene, abbia detto: "no grazie, deve far male" e sia andato via fischiettando.
No, non era blasfemo e probabilmente nemmeno ateo, di sicuro non lo diceva mai; semplicemente, gli andava magnificamente bene così.
Ma da qualche parte bisogna cominciare,
Biografia
Parliamo di Pietro. Pietro. Nato nei sobborghi di ***, un paesino vicino a Firenze, ventisette anni fa, in una giornata di fine aprile, la madre morta nel parto, un padre spesso assente, comunque più interessato alla politica che a se stesso o al figlio. Diplomato col massimo dei voti si era poi convinto di potersi laureare in Filosofia, ed era andato a Bologna.
Dove ha incontrato Catia. Vi chiederete chi è Catia. Bè, forse non lo so nemmeno io. Ma, Pietro, oh sì, lui sapeva chi fosse! Non era bella, non di quelle bellezze da giornale patinato, almeno. E neanche intelligente; ma aveva una carica, un fluido, plasma, magnete, catalizzatore che catturava. Gli occhi, ha detto qualcuno. Forse. Ma più semplicemente e indistintamente, un'aura, che la avvolgeva. Anch'io sentivo quel potere - non quanto Pietro - ma ne avvertivo la presenza.
Credo sia cominciato tutto da lei
Un crepito, un rumore.
Si costrinse ad alzare lo sguardo, ma con paura.
Non vide nulla. Forse, era solo un topo o uno dei rumori della strada.
Si convinse che era così, e riprese in mano i fogli. Ma intanto le erano caduti e si erano mischiati.
Non trovò più il punto da cui si era interrotta. Ma un altro foglio attirò la sua attenzione.
"E' un segreto. Sai mantenere un segreto, vero?"
Eravamo ubriachi, naturalmente, come accadeva troppo spesso.
Mi guarda con gli occhi trasognati. Cominciamo a ridere.
"Hahahaaaw!! Basta!! Hahaeeew!! Basta, mi scoppia la vescica!!!" E giù, a ridere più forte.
Poi si rifà serio, di colpo.
"No, ascolta" mi scuote dalle spalle.
"Ehi, ti sento anche se non mi tratti come un sacco di patate!" gli dico, mentre ancora mi viene da ridere.
"No, questa è una cosa seria. Ho un segreto. E un viaggio in mente."
Che c'entra, gli dico, sei completamente ubriaco.
"Il viaggio c'entra. Col segreto. Io ti dico il segreto, ma tu sei disposto a seguirmi?"
Ma, gli esami, gli rispondo, e a casa cosa invento, non so...aspetta, sì ho un'idea forse si può fare, dai dimmi non sto nella pelle!
Tira fuori un quaderno dalla sua sacca. Ha l'aria di essere vecchio.
"È un racconto" mi dice "su, leggilo".
Su leggilo una parola creare ordine in mezzo a tutte quelle idee confuse le luci oh sì le luci come le odio feriscono gli occhi feriscono la testa le tempie che pulsano bramano riposo riposo scivolare lentamente farsi cullare su sensi di velluto nella notte fonda, che dice qui di una sera..
-Era un po' come leggersi allo specchio; una sera universitaria, l'oblio, e una voglia di perdersi e non trovarsi mai più-
..lo trovarono così i suoi coinquilini, era fermo immobile sul suo letto a guardare il soffitto, probabilmente oltre, ma comunque cosa vedesse non si può sapere e magari non si deve, perchè lo trovarono così i suoi coinquilini e presero subito paura, una dannata fottuta paura, che non ci sono parole..
"cazzo cazzo è fumato, fumato duro"
"fumato duro, che facciamo che facciamo svegliati !"
un calcio al letto uno al comodino, parole su parole continuamente, una sera che non sarebbe più finita, facce strane disperate
"un'ambulanza, chiamiamo qualcuno!"
"qua è fottuto qua è partito che cazzo aveva in mente?"
altro calcio al comodino, la scopa di quello sotto che batte il pavimento
"stai zitto tu!!! Qua è fottuto!!!"
"calma calma andiamo, un'ambulanza poi via non rompiamo i coglioni, poi via calma.."
e presero su la macchina, girarono per chissà quanto nella notte della città confusa, chissà come capitarono davanti ad una casa per matti, chissà come lo lasciarono lì, su una panchina del parchetto davanti; sembrava perso; un ultimo sguardo ai suoi occhi lontani lo sguardo perso e poi via, calma..
..lo trovarono chissà per che caso dei dottori, si capiva che non andava tutto proprio bene..lo portarono dentro..
..quel giorno giunse a casa dai suoi una telefonata anonima, "suo figlio è ricoverato nel tale ospedale" ..
..lui intanto guardava un altro soffitto o forse ancora lo stesso oltre.
Lo trovai qualche giorno dopo.
Mi aveva lasciato il racconto, perché lo leggessi con calma, cosa che avevo fatto, pur essendo incasinato, in quel periodo - sempre.
Mi vide e sorrise - o ghignò - con quella sua faccia da Picasso che tanto piaceva alle ragazze "Dai, vieni a berti un drinkino!".
Non potei esimermi, né avrei voluto farlo.
"Chi è quella?". Guardavo una tipa che gli si era appena allontanata.
"Ch...ah, lei! È Catia"
Non disse nient'altro. Avrei dovuto insospettirmi, proprio lui che di solito si dilungava in particolari - anche anatomici, soprattutto se eravamo un po' brilli, cioè quasi sempre.
Ma ero impaziente di scoprire cosa si celava dietro quelle quattro paginette che mi aveva dato da leggere.
"E' un romanzo" mi spiega, con l'aria più tranquilla di questo mondo, "l'inizio di un romanzo".
Nient'altro. Forse si aspettava che pendessi dalle sue labbra.
Pendevo.
Con calma misurata, sorseggiò un goccio di Martini. Quindi si accomodò sulla sedia e si accese una sigaretta.
Ora ci guardavamo attraverso una sottile nebbia.
"Ho pensato di fartelo leggere perché mi hanno detto che sei bravo. A scrivere intendo. So che collabori con un giornale locale, e che hai sempre avuto il pallino dello scrittore. Ti propongo un sodalizio. Io ho delle buone idee, ma mi manca la pazienza e la tua originalità per arrivare fino in fondo. Per questo ho bisogno del tuo aiuto."
"Cioè, tu saresti la mente, e io il braccio?"
"Bè, non esattamente. Vedi, ho un'idea generale del libro, un abbozzo, ma si potrebbe limarlo e completarlo assieme."
"Ma" gli dissi, "non è che mi porterà via troppo tempo? Sai, gli esami..."
"Di che ti preoccupi? Segui il mio esempio", e scoppiò a ridere. Aveva fatto ben pochi esami, in quegli anni, ma non sembrava preoccuparsene troppo.
Comunque, in fondo mi aveva convinto.
"Sì...potrebbe non essere male; ma ho bisogno che tu mi esponga almeno i tratti essenziali di ciò che hai in mente."
Cominciò tutto così.
O forse, era già cominciato da un pezzo.
Sta di fatto che quella sera parlammo a lungo, scartando trame e approvandone altre, per poi cambiare nuovamente opinione; avevamo le idee confuse, un po' per l'alcool, un po' perché ognuno aveva la propria teoria su come avrebbero dovuto svolgersi i fatti, e nessuno voleva cedere di un passo all'altro.
Alla fine, una cosa sola era chiara; che si doveva, cioè, partire per il luogo dove si sarebbe svolta gran parte della vicenda; la Giamaica.
Giamaica
Anni 24, ancora da compiere credo, luglio: si lascia a metà la sessione e si parte per la Giamaica. Così.
In Giamaica qualcosa successe, che io sia dannato se so cosa.
Mio Dio, "Jamaica" pensai, la terra del reggae e dei falò notturni, fuoco chitarre fumo acqua, "Jamaica" e pensi subito che andrai a divertirti parecchio, e sarai fuori per un bel po' e forse riuscirai a perderti...e qui ti dividi, perché non è giusto ma lo sai che lo vuoi, fuggire intendo e lasciarti tutto indietro...
Cosa successe poi laggiù? Non lo so, non credo; mi ricordo dei fatti e delle parole, ma cosa successe realmente non lo so, sembrava che niente fosse cambiato e forse era così davvero, ma qualcosa avvenne, qualcosa di subdolo dentro di noi.
Passo passo....
I coinquilini dimenticarono il fatto un po' per volta, giocando a calcio e collezionando tappi di bottiglie. Uno diede un esame la settimana successiva, conseguendo fra l'altro un soddisfacente ventiquattro che alzava la sua media di ben 0.347 punti.
Credo che un mese dopo qualcuno telefonò per sapere come stava, senza peraltro ricevere risposta.
I suoi non la presero altrettanto allegramente, quel giorno arrivarono di fretta all'ospedale, col terrore dentro. Si seppe che la droga non c'entrava per niente, né qualche strana malattia; sembrava semplicemente che si fosse spento..
e continuavo a pensare a quella storia che ci portava altrove, la voglia di sapere che fine avrebbe fatto quel ragazzo disteso sul suo letto...
continuavo a pensare che forse era la volta di scappare, di decidersi, definitivamente, cambiare una volta per tutte, ché quella vita mi stava stretta..
ma lui, lui che motivo aveva?
Intendo, perché Pietro aveva voluto tutto questo? Me lo chiesi nei mesi a seguire, e ancora non l'ho capito; perché una volta là non sembrava più tanto interessato al romanzo; perché all'ultimo mi aveva detto "Ah, viene anche Catia", come fosse la cosa più ovvia, condannandomi a fare il terzo incomodo. Perché, tutto sommato, dopo settimane che non se ne parlava, mi tirava da parte per dirmi "Allora, il romanzo?", e si stava una sera a parlarne, per poi dimenticare tutto alla prima alba.
Ma, mentre mi chiedevo tutto questo, ascoltavo magari un pezzo di Bob Marley, "per entrare nell'atmosfera", mi dicevo.
Non sapevo d'esserci già da un pezzo.
"allora il lupo e l'agnello dormiranno assieme"
Fu la Jamaica che mi fece scoprire Manola.
La conobbi ad una delle tante feste della sera, non ricordo più in che posto. Ricordo che ero ubriaco; ma fu lei a volermi, incatenandomi in una danza indiavolata, cui ero stato, mio malgrado, coinvolto.
Poi ci sedemmo da qualche parte a parlare.
Nelle sue vene scorreva tutta la storia dell'isola; una mezzosangue che aveva tracce degli avi auraka e dei conquistadores di Colombo, fino ai più recenti inglesi del Commonwealth. Ne studiavo le forme e il viso affascinato, senza riuscire a distinguere dove finisse la sua eredità indiana a favore di quella spagnola o inglese. Cantava il reggae, in una band; in seguito, quando la vidi sul palco, capii che lo viveva, in un modo tutto personale e viscerale.
Dopo un po' che si parlava, mi guardò intensamente e mi disse: "Vieni?"
La seguii.
Facemmo l'amore quella notte stessa.
E poi mai più.
Magari l'avessimo fatto ancora, chissà in che mondo magico e incantato mi avrebbe portato, vicino al posto dove batte la vita nuda e pura, dove le domande non hanno più senso e le cose sono semplici e naturali e immediate, e niente dico niente può rompere quel pulsare dentro, quella vita dentro, quell'agitarsi di membra anime ormoni in ritmi tribali fatti di carne sangue desideri, mancanza di stelle..
"Capita a volte di sentirsi per un minuto felici. Non fatevi cogliere dal panico: è questione di un attimo e passa"
Catia
File destinato a restare incompiuto.
Immaginatevi una farfalla. Altrettanto delicata e altrettanto silenziosa...in più, occhi.
"Parliamo solo con gli occhi"
Era muta.
Ma aveva due occhi bellissimi.
Ma come si fa a descrivere una Catia?
Descrizioni. Ricordi dell'inizio del viaggio, sul tram per l'aeroporto; gente curiosa attorno, mille storie da vedere. Lì abbiamo cominciato ad imparare qualcosa sulle descrizioni.
"Ecco ci sono tutte queste persone qui sull'autobus e vedi, ognuna ha la sua storia, una storia disordinata e caotica ma che da qualche parte va, sta andando, ed è chiaro che in questo preciso momento quella signora vestita con un pellicciotto fuori moda da chissà quanto, gliel'hanno regalato i suoi forse, alla laurea? No, caro mio, è stato suo marito per farsi perdonare le scappatelle che combina ogni tanto, o meglio: per sentirsi a posto, perché lei mica lo sa, e gli ha detto per prima cosa che va bè, insomma, era bellissima, e ha nascosto la preoccupazione del costo e del possiamo permettercelo sotto un sorriso, solo che è venuto fuori che una volta era nervosa, che era una spesa superflua e che lui poteva tenersela e portarsela con sé nel suo assurdo viaggio di lavoro e allora lui - che in fondo le voleva bene- le è rimasto vicino e tutto è andato a posto, è stato licenziato e ha poi ritrovato un lavoretto alla buona, solo che anche lei si è dovuta adattare a trovarsi un posto in maglieria e insomma è da lì che sta tornando, guardando fuori dal finestrino, ed è chiaro che insomma in questo momento là c'è la pioggia, ma lei vede solo una macchia indistinta e in definitiva, è chiaro che non sta pensando a niente"
"Ah" -disse quel tale
Poi cominciai anch'io a cimentarmi prima le cose più facili: mia sorella. Troppo facile; "cespugli d'occhi" e te la cavi. Proviamo con qualcun altro....
Si accorse di faticare a leggere; poi si rese conto anche del motivo. Fuori imbruniva e la poca luce che filtrava dall'unica finestra, peraltro sporca, non bastava più. Abbandonò a terra i fogli e fece per andarsene. "Via via, ho perso un'intera giornata - maledizione!"
Uscì, salì sull'auto, mise in moto......ma la storia l'aveva incuriosita.
In fondo, era pur sempre suo fratello.
Quelle pagine erano quasi un testamento.
"Maledizione!"
Scese dall'auto e tornò sui suoi passi.
Rientrando nella casa fu investita da un odore nauseabondo, di muffa e stantio, che prima non aveva notato.
Inconsciamente pensò che forse l'abitazione stava cominciando a marcire assieme al suo proprietario. Ricacciò l'idea. I fogli erano ancora a terra, sparpagliati.
Li raccolse, in fretta, alla rinfusa, sentendosi quasi in colpa, ladra in casa d'altri. Pensò che in qualsiasi momento sarebbe potuto entrare qualcuno, e l'avrebbe sicuramente presa per uno sciacallo intento nella sua opera di profanazione. Fu colpita dall'idea e cominciò ad avere fretta. Raccolse tutto in un attimo, uscì sbattendo la porta, mise in moto e se ne andò senza voltarsi.
[...]
A casa non l'aspettava nessuno.
Nè lei aspettava qualcuno.
Suo marito - il suo convivente - se n'era andato dopo l'ultima, violenta lite - ne portava ancora i segni sulle braccia.
Si fece un tè.
Non ne aveva voglia, ma si costrinse a berlo.
Riprese in mano i fogli.
Inutile cercare il segno, i fogli erano ormai tutti spaginati. Tanto valeva ripartire da uno a caso.
Prese il primo che le capitò in mano.
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