Jack vuole morire
Jack vuole morire.Quante volte un uomo può pensare di voler morire? Ci sono uomini che per tutta la vita non pensano ad altro che a farla finita, ma poi non trovano mai il coraggio, le palle, per farlo davvero.
Jack invece non ci aveva mai pensato.
Aveva sempre amato la vita, anche quando era uno schifo, quando gli toccava mangiare merda e sorridere, quando la vita lo spezzava e lui, come sempre, si rialzava di nuovo, e di nuovo, e di nuovo.
Ma ora Jack vuole morire.
Forse lei lo avrebbe rimpianto.
O avrebbe pensato che era colpa sua, e avrebbe vissuto nel rimpianto per tutti i suoi anni futuri.
Ma, più probabilmente, non le sarebbe fregato nulla.
La vita è cinica, mors tua vita mea.
Sarebbe sopravvissuta a lui, e magari a molti altri, anche se non a se stessa.
Un sorriso beffardo gli increspò il volto regolare; anche la musichetta anni trenta che stava ascoltando dal suo impianto era sbagliata.
Lui voleva morire, e la musica continuava con cinismo misurato a intonare canzonette dall'aria orecchiabile, accordi dolci e perfetti, voci sussurrate e un piano accarezzato sul fruscio delle spazzole del batterista.
Si girò intorno, nell'aria torrida priva d'ossigeno e respirò una boccata di quel veleno.
Vita marcia.
Decomposizione.
Decadenza.
Jack cercò il taglierino, quello a lama grossa, quello che gli aveva rovinato per sempre un dito una volta, in un momento di disattenzione.
Il bastardo era nascosto chissà dove.
Spulciò con freddezza i cassetti della stanza, finchè lo trovò, ai piedi del letto, e sembrava fosse lì da sempre ad aspettarlo; stuzzicato da quel primo assaggio ora lo voleva tutto, il suo corpo.
Gliel'avrebbe dato.
Prese con la destra il taglierino e lo soppesò con cura; fece scattare la lama, uno due tre quattro cinque tacche.
Guardò per l'ultima volta la stanza, piena dei trofei della sua inutile esistenza. Cd, strumenti libri caramelle sigarette frasi spezzate su post-it laceri.
Nulla insomma.
Alzò il braccio sinistro e denudò il polso. Doveva stare attento a tagliare, se fosse andato troppo leggero non sarebbe bastato, e se avesse inciso troppo in profondità rischiava di lacerare i tendini e rendere la mano inutilizzabile, mentre gli serviva per tagliarsi il polso destro.
Anche morire non è facile, pensò.
Scrutò studiandole le venature blu verdastre delle proprie vene, scegliendo con cura il punto migliore, dove il sangue scorreva di più.
Alla fine si decise e in un attimo fulmineo una slabbratura rossastra gli sorrideva liquida.
Aveva tagliato bene, riusciva ancora a muovere bene la mano.
Prese il taglierino con la sinistra e ripeté l'operazione sul braccio destro.
Stavolta fu più maldestro e lacerò completamente i tendini.
La mano si piegò in una posa sbilenca, comica e grottesca, burattino senza più burattinaio.
Ma il sangue scorreva bene, e lo vedeva uscire e corrergli lungo le braccia lievemente inclinate fino al gomito, da dove gocciolava senza fretta sul pavimento.
Pensò di fumare una sigaretta.
Anche i condannati a morte hanno diritto all'ultima sigaretta, perché lui avrebbe dovuto negarsela?
Cercò l'accendino e il pacchetto e li prese con la mano buona.
Fu una lotta cercare di estrarre la sigaretta dal pacchetto e accenderla con una mano sola, resa oltretutto scivolosa dal proprio sangue.
Ma era la sua ultima battaglia, e vi si impegnò fino all'ultimo.
Trasse una profonda boccata, e buttò il fumo verso l'alto.
Gli anelli si intrecciavano in figure contorte e paurose, ma alla fine vinte e dissolte nell'aria.
Osservò con curiosità l'antitenia del fumo che saliva e del sangue che scendeva, e gli sembrò, finalmente, qualcosa di armonico, imbrattato dalla disarmonia del mondo.
Sentiva il sangue caldo scorrergli sul braccio e inzuppargli ormai freddo gli shorts e le ginocchia.
Cominciò a sentire freddo e la vista si annebbiò.
Lottò ancora con il dannato pacchetto per avere un'altra sigaretta, ma i gesti erano imprecisi, le mani tremavano, e il sangue che inzuppava tutto non l'aiutava di certo.
Alla fine rinunciò, pensando che in fondo forse era giusto così; i condannati ne hanno una sola di sigaretta, e neanche lui ne avrebbe avute due.
Una sigaretta.
Una vita.
Andate in fumo.
Bella metafora; la vita come una sigaretta che va in fumo, e il filtro i tabù che non ti permettono di sentirla fino in fondo, godertela tutta, ma che ti proteggono anche da qualcosa di troppo forte, per il quale forse non reggeresti.
Anche star seduto ormai gli costava fatica.
Si appoggiò completamente alla pediera del letto e si accorse di avere un freddo maledetto.
Sapeva che il freddo sarebbe passato, che il corpo ad un certo punto avrebbe smesso di lottare e sarebbe caduto in un sereno oblio.
Aveva sentito dire che in quei momenti la vita ti passa davanti, come un fottuto carosello infernale, a ricordarti tutti i momenti che ti aveva fatto assaggiare e ti aveva tolto subito dopo.
Ma non gli stava succedendo nulla di tutto questo.
Le uniche cose che aveva nella mente erano le pareti grigie di fronte a lui, il sangue che gli pulsava sulle tempie, e il fatto che voleva morire.
Il sangue scorreva bene.
Decise di costringersi a pensare ai momenti belli della sua vita.
La vista se ne stava andando, i pensieri cominciavano a farsi confusi.
Il sangue scorreva bene.
Una giostra il sole sorriso e capelli stagliati in controluce suo nonno ingobbito che lo guardava attraverso gli occhiali spessi asfalto nebbia aria manca l'aria.
Il sangue scorreva bene.
Voci, voci acute di bambini giro giro tondo gira tutto il mondo casca giù la terra la terra la terra è la vita bisogna bagnare il mondo piango odore di cenere e di ferro.
Il sangue scorreva bene.
Dio dio è morto dio è qui mangia la particola la parata di fine anno che belli tutti vestiti ho freddo battiamo le mani cantiamo corriamo la vita è qui fame cibo cacca ridi ridi piangi...
Il sangue scorreva bene.
Presa la presa prendo dare fare baciare amo odio dio io vita morte io vita morte morte io vita io non voglio morire...
Una lacrima cercò di farsi strada tra la barba di Jack, ma si fermò sulla gota, come un grottesco Pierrot dallo sguardo annebbiato.
Il sangue s'era fermato.
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